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<title>Etica e filosofia politico-giuridica</title>
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<title>Morale e soggettività. Traiettorie contemporanee a partire dal pensiero di Jean-Paul Sartre</title>
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<description>Morale e soggettività. Traiettorie contemporanee a partire dal pensiero di Jean-Paul Sartre
Palmieri, Maria
The thesis that we present moves from some works of Jean-Paul Sartre on the theme of the ethics and it attempts to define some new perspectives for the relationship between the ethic and the subjectivity.
The first part of the thesis concerns an analysis of the texts of the French  philosopher (Cahiers pour une morale, Morale et subjectivité, Détermination et liberté) and, in particular way, the criticism to Kant’s ethics and the criticism to the role of the subjectivity expressed by the orthodox Marxist tradition. The second part of the thesis examines, instead, the relationship of the Sartre’s philosophy with the question of low and the question of desire. Law and desire represent, on the path of research, two possible trajectories for the definition of a new process of subjectivity.
Finally we attempt to delineate one "resistant subjectivity", that is always in dialectical relationship with the ethics, with the norm and with the desire. [edited by Author]
2010 - 2011
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<title>“Corpo a corpo”. Bataille l’impolitico</title>
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<description>“Corpo a corpo”. Bataille l’impolitico
Giannattasio, Marco
The research aims to cross the thought of George Bataille, using three conceptual pairs:
1) SUBJECT - INDIVIDUAL
2) SOVEREIGNTY '- SIGNORIA
3) EXCESS - RESIDUAL
Individual is a word that does not occur in Bataille’s texts, but is assumed here to emphasize something which is also very present in the work of the French. Under the name of Ipse, Bataille indicates in fact the subject, agent and simultaneously acted, that the consciousness of his singularity, and then of his death, he leans towards the infinite. The IPSE is then the actor of a movement, but not a party in the traditional sense. In it go hand in hand the desire for knowledge, the recognition of the constitutional inadequacy of knowledge, and the ineliminabilità of desire. The Ipse immersed in the flow of this movement is the one who makes experience of ecstasy, when undergoing the failure of its motion more precisely, what precisely towards knowledge. Ecstasy is an affirmation empty, devoid of a positive quality, which can not be inserted in the duration, has no stability or no reference to something known: Ecstasy is not a "state"; as does the voltage between known and unknown, it is a risky move, which is not subject to much repetition, as the possession. The subject is rather more specifically the "bearer" of selfhood, who beyond the epistemological question, lives materially as a tragedy impossible to be around. Merging the panic is inaccessible, but equally inaccessible is the quiet, where death does not stop for a moment to remind him of his finitude; finiteness is what the subject individual, can not stand. So far we have used the pronoun he, in reference to ipse and the subject; is not correct. In their vagueness and dynamism, these two terms are not very personal, perhaps even human. A fortiori, it must be recognized as they are neither opposite nor contradictory, but they are useful tools to mimic the knowledge, partial signs of recognition, that continually fall on each other. .. [edited by Author]
2009 - 2010
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<title>Il desiderio tradito. Un'analisi biopolitica in prospettiva di genere di alcune pratiche di assoggettamento e oggettivazione contemporanee</title>
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<description>Il desiderio tradito. Un'analisi biopolitica in prospettiva di genere di alcune pratiche di assoggettamento e oggettivazione contemporanee
Fronteddu, Carla
Questa tesi si pone in linea di continuità con lo sforzo iniziato nella tesi di Laurea Specialistica di incrociare la prospettiva biopolitica con quella femminista. Nel presente lavoro di ricerca, infatti, mi impegno ad innestare una prospettiva di genere sulla lettura biopolitica delle pratiche di potere governamentali che caratterizzano la contemporaneità.
La tesi di fondo è che l'analisi delle pratiche di governo, svolta a partire dalla cornice teorica della biopolitica, permetta di portare alla luce le tecniche di assoggettamento e di soggettivazione funzionali al governo delle vite. Quest'analisi tuttavia non può essere universalizzabile, ma deve tener conto della differenza dei corpi e delle identità di genere. Il punto di vista del genere applicato all'analisi biopolitica delle strategie di potere permette, a mio avviso, di scorgere il proliferare di pratiche di assoggettamento che altrimenti rimarrebbero nell'ombra dell'analisi di meccanismi di potere più generali.
A sostegno di questa tesi prendo in esame quattro eventi,  tecniche e forme di sapere rivolte al soggetto femminile che ad un primo sguardo appaiono  utili, condivisibili e convenienti, ma che sottoposte ad un'analisi biopolitica riconsiderata alla luce di un'ottica di genere, si rivelano invece come inedite forme di assoggettamento e soggettivazione. [a cura dell'Autore]
2011 - 2012
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<title>Oltre la solitudine dell'Io</title>
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<description>Oltre la solitudine dell'Io
Sparaco, Clemente
I Frammenti Pneumatologici di F. Ebner e la Stella della Redenzione di F. Rosenzweig,
pubblicati entrambi nel 1921, delineano i contorni di un nuovo pensiero: il pensiero dialogico.
Questo si sviluppa nel contesto teoretico della crisi della ragione e della nietzscheana
destrutturazione del cogito. L'uomo conosce la lacerazione nel proprio intimo. Essa riguarda la
consapevolezza che ha di se stesso. Non si può nutrire più nessuna ingenua sicurezza dopo il
fallimento della storia e dopo la storia dei fallimenti delle molteplici visioni ideali. Tuttavia, fra i
dialogici e Nietzsche, c'è, a fare la differenza, l'esperienza diretta della fine di un mondo.
Nietzsche l'aveva preconizzata, ma i dialogici l'hanno vissuta. Per essi, sono gli avvenimenti
tragici della guerra a segnare l'uscita dal mondo delle certezze, dai saperi onnicomprensivi, dalle
ideologie risolutive. Al posto del nulla universale sono subentrati, scrive Rosenzweig, “ le
mille morti reali di mille morti reali”, che sono “mille nulla” reali, non un unico nulla
astratto.
Alla luce della fattualità, il nulla è più del suo concetto, ma di fronte a questi mille nulla
reali, emerge una forte domanda di senso. Essa, per i dialogici, contiene già una risposta,
che non è rinvenibile in un'idea o in un sistema, ma piuttosto in un orientamento verso il Tu,
come scrive Ebner. Il pensiero dell'Io, di cui è massima espressione l'idealismo, è rimasto,
infatti, fermo al concetto di un Io che si riferisce a se stesso, credendo di trovare in sé la propria
sufficienza e assolutezza. Il nichilismo ne ha saggiato il limite e lo ha deposto, ma non è andato
oltre. Esso si è fermato all'io e alla sua solitudine.
Ebner, invece, intende andare oltre la solitudine dell'io.
Quello che rigetta, fin dall'inizio, è che l'Io non è né può divenire autarchico. La sua non
autosufficienza è strutturale. L'affermazione Io sono, non è né può essere intesa, quindi, nel
senso dell'autoaffermazione. Il confronto con l'esistenza mostra, infatti, che il soggetto si
afferma in maniera derivata: Io sono, non in modo assoluto, ma perché sono dato a me
stesso. Compresa nel suo significato originario, l'affermazione Io sono ha, quindi, un valore
di espressione che si dirige oltre l'io, in direzione del Tu. E' invocazione e grido di aiuto.
L'Io è costitutivamente direzionato e si dice in presenza di un Tu, di fronte ad un Tu.
L'aver dimenticato questo è il tratto comune del pensiero occidentale. Pertanto, la sua è la
storia di una dimenticanza, che non è quella dell'essere, come per Heidegger, ma quella del
Tu. Il Tu è l'assente della modernità!
Il nucleo di questa storia di dimenticanza è individuabile nel fatto che il pensiero moderno ha
pensato nei termini della centralità dell'io. L'io è diventato fondamentale sia sotto il profilo teoretico
sia sotto il profilo etico. Contestualmente, è andato perdendo i caratteri concreti legati alla prima
persona ed è stato posto come assoluto ed impersonale. Non a caso, lo si è riferito in terza persona.
Ne è scaturito come estrema conseguenza l'esclusivismo della ragione, che si è imposto tanto nei
sistemi idealistici, in cui il particolare è stato assorbito nell'universale, quanto nel determinismo
scientifico.
Questa riscoperta del Tu equivale in Ebner alla riproposizione dello spirituale. “Lo
spirituale nell'uomo, l'Io, ha bisogno per vivere del rapporto con il Tu”, ma “il vero tu dell'io
nell'uomo” non è altri che Dio – scrive. Pertanto, l'uomo è essenzialmente un cercatore di Dio.
Quanto a Dio, in nessun modo potrà essere confuso con un'idea o con un'entità astratta. Dio
non è esprimibile in terza persona, perché è un Tu, non un Egli. “Dio non è, ma Tu sei”,
quindi.
Anche su questo punto troviamo una stupefacente consonanza con Rosenzweig, per il quale i l
religioso abbandona il suo ruolo classico, "confessionale", per assumere un ruolo centrale,
addirittura ontologico. Vale come tessuto connettivo dell'essere, coincidendo con le pulsazioni
profonde della vita. In nome di questo Rosenzweig articola la proposta di una veritá forte ed osa
indicare una via d'uscita religiosa dalla crisi irreversibile della modernitá.
Ebner non si ferma ad enunciare lo spirituale in astratto. Egli si sforza di riscontrarlo, per
così dire, fenomenologicamente, nel suo darsi, nel suo realizzarsi in quelle realtà spirituali che,
non a caso, compaiono già nel titolo dell'opera (“La parola e le realtà spirituali. Frammenti
pneumatologici”). Il rischio che lo spirituale sfumi in concettosità o in sentimentalità priva di
concretezza gli è senz'altro presente. Rinviene, quindi, l'estrinsecazione del rapporto dell'Io verso
Dio nella parola e nell'amore. “L'Io e il Tu - vale a dire in ultima istanza l'uomo e Dio - queste
realtà della vita spirituale trovano nella «parola» la loro esistenza «oggettiva», come nell'amore
quella «soggettiva»” - scrive. Parola e amore “vanno assieme”. Entrambi liberano dalle
preclusioni mentali. Entrambi conducono oltre la solitudine dell'io. Fra essi si dà, anzi,
complementarietà, perché quanto è “oggettivamente-dato-nella-parola”, riceve “la sua
sussistenza «soggettiva» nell'amore”. La parola istituisce un medium, una relazione che unisce
l'uomo a Dio e l'uomo all'altro uomo. L'amore invera la parola. Le dà spessore, perché la parola,
sgombrato il campo da ogni possibile equivoco, è amore. Essa nel suo significato ultimo è la
Parola-Logos che “era in principio presso Dio ed era Dio” e che “si fece carne e venne a
mettere le tende in mezzo a noi”, come scrive Giovanni nel Prologo del suo Vangelo.
L'amore è il motivo di Dio ed è il senso di tutto. Nel rispetto dell'uomo concreto, esso
realizza la forma di comunicazione più profonda, che supera la distanza che divide
dall'altro, dilatando l'io al di là del proprio mondo chiuso. Nell’amore l’altro diventa il
prossimo, che chiama a fare esodo dall'egoismo, a superare le barriere dell’incomunicabilità
e della diffidenza, a infrangere la prigionia dell'individualità.
Rosenzweig, similmente, individua la parola e l'amore quali elementi fondamentali della
rivelazione e della redenzione. Con la rivelazione Dio promuove l'uomo a suo tu, facendogli
dono del linguaggio e costituendolo persona, ossia individuo non immerso nella specie. Con la
redenzione l'amore si dilata, coinvolgendo e comprendendo tutti gli uomini e tutte le creature.
Infine, l'amore indica “l'eterna vittoria sulla morte”.
Il “timore della morte” è ciò che muove la filosofia. Essa pretende di vincere la morte con il
sapere, ma non riesce, perché, finché l'uomo vive sulla terra è destinato a “ rimanere in questa
paura”. Tutto, infatti, accade sotto il marchio della morte, compresa ogni nuova nascita, che
non fa che accrescere “il numero di ciò che deve morire”. Ma la morte non ha l’ultima parola né
è l’ultima realtà. Alla morte, infatti, “l'amore dichiara battaglia”. E, se la morte è “chiave di
volta dell'oscura voluta della creazione”, l'amore è “la pietra di fondamento della luminosa
dimora della rivelazione”. “La creazione, che la morte corona e conclude, non può tener testa
all'amore, deve arrendersi ad esso ogni istante e perciò, alla fine, anche nella pienezza di tutti
gli istanti, nell'eternità”.
Ora, per il cristiano, Ebner tutto questo si è realizzato in Cristo. Sulla croce la Kenosi di
Dio, la sua compromissione con il mondo, ha raggiunto il suo punto culminante. Essa non
indica solo l'assunzione della sofferenza e della morte da parte di Dio nella persona del
Figlio, ma precisamente la vittoria dell'amore sulla morte, l'intronizzazione di un amore tale
da vincere la morte. [a cura dell'Autore]
2010 - 2011
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