Plinio il Vecchio e la letteratura tecnico-artistica: indagine sul Fortleben dei libri 33-37 della Naturalis Historia in età tardoantica e altomedievale
Abstract
La presente tesi si configura come un’indagine sul Fortleben dell’ultima sezione della Naturalis
Historia di Plinio il Vecchio (libri 33-37), dedicata alla mineralogia e alla storia dell’arte, in età
tardoantica e altomedievale, lungo un arco cronologico compreso tra il III e l’VIII secolo d.C.
Dopo un’introduzione in cui si illustrano le principali caratteristiche dei libri 33-37 e il loro
ruolo nell’architettura dell’enciclopedia pliniana, l’indagine sul Fortleben inizia nel primo capitolo,
diviso in due parti: nella prima si analizza la tradizione diretta della Naturalis Historia, mediante un
esame dei testimoni frammentari precarolingi a noi giunti, di cui solo uno restituisce parte dell’ultima
sezione dell’opera, e di alcuni manoscritti, databili tra VIII e IX secolo, da cui è tradita la mineralogia
pliniana. Nella seconda parte del capitolo, invece, si indaga la tradizione indiretta della Naturalis
Historia; l’analisi passa in rassegna le principali raccolte di estratti, scholia ed epitomi che, a partire
dal III secolo, rappresentarono canali alternativi per la circolazione di alcune parti dell’opera, e si
sofferma sui contenuti degli Scholia Vallicelliana riconducibili all’ultima sezione dell’opera pliniana.
Nel secondo capitolo l’indagine si concentra sugli autori di età tardoantica; dopo un’analisi
del processo di smembramento ed epitomazione a cui la mineralogia pliniana andò incontro con i
Collectanea rerum memorabilium di Solino, si indaga il diverso atteggiamento che, tra III e V secolo,
alcuni tra i principali esponenti del cristianesimo occidentale ebbero nei confronti della Naturalis
Historia. Si esaminano i contenuti mineralogici presenti nel De cultu feminarum di Tertulliano, nelle
opere esegetiche di Ambrogio e Girolamo, e nel De civitate Dei di Agostino, rivalutando il ruolo
svolto dal mondo cristiano nella storia del Fortleben pliniano, spesso enfatizzato dalla critica, e si
evidenziano, di volta in volta, le diverse modalità di impiego (o mancato impiego) dell’opera di
Plinio. Chiude la sezione dedicata alla tarda antichità una parentesi sugli echi e le influenze pliniane
rintracciabili in opere letterarie e ‘disinteressate’ di alcuni autori di IV secolo, con particolare
attenzione ad alcune riprese di carattere antiquario presenti nella Mosella di Ausonio.
Il terzo capitolo prende in esame la conoscenza della Naturalis Historia da parte di Isidoro di
Siviglia, la cui produzione costituisce un punto di snodo importante nella storia del Fortleben
pliniano. Dopo alcune considerazioni relative alle opere presenti nella biblioteca di Siviglia e al
rapporto tra Isidoro e le sue fonti, l’analisi si concentra sul problema della conoscenza diretta o
indiretta che Isidoro ebbe dell’opera pliniana, con una discussione delle diverse ipotesi formulate
dalla critica. Partendo da alcune osservazioni sul metodo di lavoro dell’autore e del suo scriptorium, si considera l’ipotesi di una conoscenza diretta dei libri 33-37 da parte del vescovo e della
realizzazione di estratti pliniani ad opera dell’atelier sivigliano; a tal proposito, si esaminano alcune
glosse del Liber glossarum contenenti materiale mineralogico pliniano, con particolare attenzione ai
recenti studi sulle fonti di tale glossario e sul materiale ‘preparatorio’ isidoriano in esso confluito. Si
evidenziano, infine, i punti di contatto tra la mineralogia isidoriana e quella pliniana mediante
un’analisi della struttura e dei contenuti del libro 16 delle Etymologiae.
Nel quarto capitolo l’indagine si sposta su una particolare categoria di fonti per la storia
dell’arte, i ricettari tecnico-artistici di età tardoantica e altomedievale; dopo un’introduzione dedicata
alle caratteristiche di questa tipologia testuale e alle principali raccolte di ricette a noi giunte,
l’attenzione si concentra su un trattato in particolare, il De coloribus et artibus Romanorum, datato,
secondo le più recenti posizioni della critica, intorno all’VIII secolo, e attribuito a un autore di nome
Eraclio, il quale menziona Plinio come auctoritas per le arti e la mineralogia. L’ipotesi di una
possibile conoscenza dell’ultima sezione della Naturalis Historia da parte di Eraclio è vagliata alla
luce di alcuni confronti testuali relativi a procedimenti di glittica e fabbricazione di colori.
Chiude l’indagine sul Fortleben pliniano il quinto capitolo, dedicato alla diffusione
dell’enciclopedia pliniana in area insulare; si analizza la conoscenza che Aldelmo di Malmesbury
ebbe della Naturalis Historia, e in particolare del libro 37, con attenzione a due citazioni pliniane
contenute nel De pedum regulis e alle nozioni mineralogiche presenti negli Aenigmata. Si indaga, in
seguito, la presenza della Naturalis Historia in Northumbria, da dove proviene un importante
testimone di VIII secolo, il codice Leiden UB, VLF, 4, e dove l’opera è spesso citata da Beda il
Venerabile; in tale contesto, si tenta di stabilire se il monaco anglosassone ebbe a disposizione e
utilizzò l’ultima sezione dell’enciclopedia pliniana. [a cura dell'Autore] This dissertation investigates the Fortleben of the last section of Pliny the Elder’s Naturalis Historia
(books 33-37) in Late Antiquity and the early Middle Ages (3rd – 8th century AD). After an
introduction in which the author resumes the main features of books 33-37 and explains their role in
the architecture of the Plinian encyclopedia, in the first chapter the analysis deals with the direct
tradition of the Naturalis Historia, with a focus on the «pre-Carolingian fragments» and on the
witnesses of Plinian mineralogy from 8th/9th century, and the indirect tradition, offering an overview
of the main sets of excerpts, scholia (with a focus on the Scholia Vallicelliana) and epitomes of the
Naturalis Historia until the 8th century.
The second chapter analyses the main stages of Plinian reception in late antique authors; after
an analysis of the process of dismemberment and epitomization of the Plinian mineralogy in Solinus’
Collectanea rerum memorabilium, the author investigates the different attitude that, between the 3rd
and the 5th centuries, some of the main exponents of Western Christianity (Tertullian, Ambrose,
Gerome and Augustine) had towards the Naturalis Historia. This chapter ends with a parenthesis on
the knowledge of the Naturalis Historia in literary and ‘disinterested’ works of the 4th century, with
particular attention to some Plinian echoes in Ausonius’s Mosella.
The third chapter discusses the problem of the knowledge and the reuse of Pliny the Elder’s
Naturalis Historia in Isidore of Seville’s Etymologiae. After some considerations on the library of
Seville and the relationship between Isidore and his sources, the analysis focuses on the problem of
Isidore’s direct or indirect knowledge of Pliny’s work. Starting from some observations on Isidore’s
working method, the author examines the possibility of a direct knowledge of books 33-37 by the
bishop and the creation of Plinian extracts by the scriptorium of Seville; in this regard, some glosses
of the Liber glossarum containing Plinian mineralogical material are considered, with particular
attention to recent studies on the sources of this glossary and on the Isidorian ‘preparatory’ material
which flowed into it. In the last section, the points of contact between Isidorian and Plinian
mineralogy are highlighted through an analysis of the structure and contents of book 16 of the
Etymologiae.
The fourth chapter deals with technical-artistic treatises and collections of recipes of Late
Antiquity and early Middle Ages. The author provides an overview of the main features of this textual
typology and then focuses on Heraclius’ De coloribus et artibus Romanorum, a treatise dated around
to 8th century in which the author mentions Pliny as an auctoritas for mineralogy and art. Through
the comparison between some passages of Heraclius’ treatise and the Naturalis Historia, the
hypothesis of a possible knowledge of the last section of Plinian mineralogy by Heraclius is then
examined, with a focus on glyptic and the making of colors.
In the last chapter the author analyses the reception of Plinian mineralogy by Aldhelm of
Malmesbury and the Venerable Bede. Starting from the analysis of two Plinian quotes in the
Aldhelm’s De pedum regulis and mineralogical notions contained in his Aenigmata, in the second
section the author deals with the circulation of the Naturalis Historia in Northumbria, from which an
important Plinian manuscript of 8th century comes (Leiden UB, VLF, 4) and where the Naturalis
Historia is cited by the Venerable Bede; in this context, an attempt is made to establish whether the
Anglo-Saxon monk had at his disposal and used the last section of Plinian encyclopedia. [edited by Author]