L'etica della risolutezza: le radici luterane dell'analitica esistenziale
Abstract
Con la pubblicazione di Essere e Tempo nel 1927 Heidegger si poneva l’obiettivo di
riproporre la questione del senso dell’essere passando per l’esposizione preliminare
delle strutture d’essere di un ente particolare, l’Esserci, la cui essenza veniva
individuata nella capacità di autocomprendersi. Egli assumeva come filo conduttore
dell’analisi una definizione formale di tale esserci espressa nei termini che seguono:
L’Esserci è un ente che, comprendendosi nel suo essere si rapporta a questo essere.[…].
L’esserci è inoltre l’ente che io stesso sempre sono. L’essere-sempre-mio appartiene all’Esserci
esistente come condizione della possibilità dell’autenticità e dell’inautenticità. L’Esserci esiste
sempre in uno di questi modi o nell’indifferenza modale rispetto ad essi.
Esplicitamente, nei paragrafi metodologici posti all’inizio di Essere e Tempo,
Heidegger individuava il compito dell’analitica dell’esistenza in una “comprensione
esistenziale”, ovverosia in una comprensione dell’ esistenzialità dell’esistenza, e cioè di
ciò che costituisce l’esistenza ontologicamente nella sua struttura. Nello stesso contesto,
egli distingueva altrettanto esplicitamente, tale comprensione da “una comprensione
esistentiva”, intesa come “la comprensione di se stesso che fa da guida all’esistenza”.
Solo quest’ultima riguarda “il problema dell’esistenza”, che è da intendersi come “un
‘affare’ ontico dell’esserci" il quale “non richiede la trasparenza teoretica della
struttura ontologica dell’esistenza”. Il tema dell’analitica esistenziale invece era la
comprensione esistenziale e non esistentiva, quindi l’ontologia e non l’etica.
Nonostante le sue dichiarazioni programmatiche, però, l’attenzione da Heidegger
dedicata alla dimensione concreta dell’esistenza e i toni con cui tale esistenza veniva
descritta fecero subito pensare ai suoi lettori ad un’opera dai forti connotati pratici.
Tant’è che già nel 1928, Eberhard Grisebach, nel suo testo Gegenwart. Eine Kritische
Ethik, assumeva l’analitica esistenziale come modello di una filosofia morale e, nello
stesso anno, Herbert Marcuse, dopo essersi allontanato da Friburgo per lavorare in una
libreria di Berlino, vi ritornò per studiare e lavorare fianco a fianco con Heidegger,
avendo colto in Essere e Tempo un vero e proprio ritorno della filosofia al concreto e
alla prassi. Anche il primo interprete francese, Georges Gurtvitch – presentando in
un corso sulle tendenze attuali della filosofia tedesca, tenuto alla Sorbonne nel 1928,
Heidegger come “il filosofo più ascoltato al giorno d’oggi”, metteva in evidenza la forte
preoccupazione etica del suo pensiero, in grado di “deformarne l’ontologia generale”.
Ed è per la saggezza, l’eroismo, addirittura, per una sorta di santità che permetteva di
resistere agli eventi intravisti in questa filosofia che Sartre si era interessato ad essa,
comportandosi - secondo quanto egli stesso, nel 1940, annota nei Cahier de la drole de
guerre – “come gli Ateniesi, i quali, dopo la morte di Alessandro, si allontanavano dalla
dottrina di Aristotele per avvicinarsi alle dottrine ‘più brutali’, ma ‘più totalitarie’ degli
Stoici o degli Epicurei dai quali apprendere l’arte del vivere”. Heidegger stesso
racconta come, dopo la pubblicazione di Essere e Tempo, un giovane studioso gli avesse
chiesto quando avrebbe pubblicato un’etica. Non solo l’immediata recezione di
Heidegger, ma anche l’impatto esercitato dal suo pensiero sul più lungo periodo
forniscono la prova della tensione pratica in esso presente: alla filosofia di Heidegger si
fa anche risalire quella riabilitazione della filosofia pratica che ha giocato un ruolo
fondamentale nel panorama filosofico tedesco negli anni Sessanta e Settanta del
Novecento. .. [introduzione a cura dell'Autore]