I «barbari» di Anna Banti, i longobardi di Alessandro Manzoni e il razzismo imperial-fascista
Abstract
Nei suoi scritti critici e letterari, Anna Banti intesse un dialogo costante con l’opera manzoniana, tanto con I promessi sposi, quintessenza
italiana del romanzo storico e del canone, quanto
con le tragedie, in particolare l’Adelchi. I personaggi e le comunità femminili, le avvenute o mancate ibridazioni culturali, l’esperienza della fuga e
dei conflitti sanguinosi, l’intreccio tra paganesimo
e cristianesimo alimentano in Banti una scrittura
originale e raffinatissima, soprattutto nei cosiddetti racconti «barbari», pubblicati in rivista e
non sempre editi in raccolta. La dominazione longobarda, su cui Manzoni riflette nel Discorso allegato all’edizione del 1822 dell’Adelchi, è rivisitata
da Banti alla luce dell’esperienza della dittatura
fascista e della Seconda guerra mondiale, nel
corso della quale si teorizzò l’esistenza di una
«razza italiana» immune da contaminazioni allotrie e si celebrò con enfasi retorica l’Impero romano. In her critical and literary writings, Anna Banti
engages in a constant dialogue with Manzoni’s
work, addressing both The Betrothed – the quintessential Italian historical novel and a cornerstone of the canon – and the tragedies, especially
Adelchi. Female characters and communities,
both realized and unrealized forms of cultural hybridity, the experience of exile and violent conflict,
and the interplay between paganism and Christianity all inform Banti’s original and highly refined
narrative voice, particularly in the so-called “barbarian” tales, published in journals and not always collected in book form. The Lombard domination, on which Manzoni reflects in the Discourse appended to the 1822 edition of Adelchi,
is revisited by Banti in light of the experience of
the Fascist dictatorship and the Second World
War, during which the existence of an “Italian
race,” supposedly immune to foreign contamination, was theorized, and the former Roman Empire rhetorically celebrated.
